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domenica 13 luglio 2014

ECCO PERCHÉ PER L'ONU UNA "QUESTIONE TLT" NON ESISTE PIÙ. DA QUASI QUARANT'ANNI.

Immagine del dopoguerra per pubblicizzare il Piano Marshall. Una delle pale raffigura l'alabarda di Trieste, in campo azzurro, durante l'amministrazione del Governo Militare Alleato.

Il 10 novembre 1975, i governi di Italia e Yugoslavia sottoscrivono il "Trattato di Osimo" che sancisce, definitivamente, la linea di confine tra le due Nazioni contermini. L'intesa - seppur duramente contestata dalle nostre parti - fu ratificata dal Parlamento italiano il 14 marzo 1977.

Due mesi dopo, il 27 maggio del 1977, i Rappresentanti permanenti di Italia e Yugoslavia all'ONU, Piero Vinci e Jaksa Petric, scrivono al Segretario Generale delle Nazioni Unite, informandolo che le diversità di vedute sul confine orientale sono state superate e che si è giunti a una soluzione condivisa. I due diplomatici affermano, pertanto, che si possono rimuovere gli argomenti "Nomina del governatore del TLT" e la "Questione del Territorio Libero di Trieste" dall'ordine del giorno del Consiglio di Sicurezza, in quanto di fatto risolti dal Trattato del 1975.

1) Menzione della richiesta di cancellazione dei temi relativi al TLT da parte di Italia e Yugoslavia.

In una nota stampa dello stesso giorno, il Segretario Generale Kurt Waldheim apprezza e attribuisce al Trattato di Osimo una valenza anche "superiore alla definitiva delimitazione di un confine contestato".

Il Consiglio di Sicurezza, in accordo con Waldheim, accoglie quindi la richiesta avanzata da Italia e Yugoslavia e ne dà comunicazione nel corso della 32esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 19 settembre 1977, che approva.

Un tanto viene riportato agli atti, a pagina 64 del report dell'attività svolta dal 16 giugno 1976 al 15 giugno 1977 da parte del Consiglio di Sicurezza.

2) La cancellazione dall'agenda del Consiglio di Sicurezza dell'ONU dei temi relativi al TLT.

Da allora, ogni Stato membro dell'ONU è a conoscenza della ricomposizione della disputa tra Italia e Yugoslavia e considera quindi, fin dal lontano 19 settembre 1977, definitivamente cancellate e chiuse le questioni relative al Territorio Libero di Trieste e alla nomina del suo Governatore. 


L'immagine 1) è tratta dal testo (ultima pagina) a questo link.
L'immagine 2) è tratta dal testo (pagina 64) a questo link.

venerdì 4 luglio 2014

TRIESTE, LINEE BUS STRAVOLTE E SFRATTATE DA VIA MAZZINI: ECCO TUTTI I POSSIBILI DISAGI.

La 21 si salva dalla rivoluzione del week-end.
Signori, si chiude. Autobus e taxi vengono sfrattati da via Mazzini, arteria nevralgica del centro di Trieste riservata al trasporto pubblico, per volontà della Giunta comunale di centrosinistra. Al momento, la preclusione opera sabato, domenica e festivi. E limitatamente al periodo estivo. Ma probabilmente non basterà a evitare disagi, pesantissimi e inutili, a tanti Triestini. Li hanno chiamati "PDays". E anche le iniziali del nome scelto non promettono nulla di buono.

Diciamolo subito: contrariamente a quanto inopinatamente scrive il Comune sul suo sito, questa NON è una sperimentazione - né, tantomeno, un "completamento" - del nuovo Piano del Traffico. È una decisione estemporanea esclusiva della Giunta comunale, al di fuori del Piano del Traffico approvato dalla stessa maggioranza di centrosinistra. Il quale prevede sì la pedonalizzazione di via Mazzini, ma con il contestuale - e comunque contestato - spostamento, a doppio senso di marcia, dei mezzi di trasporto pubblico lungo corso Italia. In questo caso, invece, non si applica tale compensazione: si chiude, si spostano d'imperio ben 10 linee bus e basta. E probabilmente, nonostante siano giornate estive, di minori spostamenti e di scuole chiuse, i disagi non mancheranno.

In anticipo sull'applicazione delle misure annunciate, prendo una posizione netta. A fianco di quanti, da cittadini innocenti, verranno puniti da chi accarezza in questo modo il vezzo di giocare a "Il Piccolo Urbanista".

Esprimo pertanto, già oggi, la mia totale solidarietà:

Ai cittadini che saliranno serenamente sul solito autobus e che si vedranno invece trasportati in luoghi dove non volevano andare e saranno costretti a scendere in vie che non volevano raggiungere.

 Agli autisti della Trieste Trasporti, cui ignari e incolpevoli passeggeri si rivolgeranno ansiosi - speriamo pacatamente, ma non ci scommetterei - non appena il loro bus imboccherà percorsi finora inediti.

 Agli utenti del trasporto pubblico quando scopriranno, sul posto, che la fermata dalla quale sono soliti prendere la 5, la 9, la 10, la 11, la 18, la 19, la 24, la 25, la 30, oppure la A, è stata soppressa. E che la via sulla quale passa l'autobus è un'altra.

 Agli stessi utenti del trasporto pubblico quando vagheranno alla ricerca della via giusta, cercando di localizzare la fermata giusta, da dove poter salire sulla linea giusta.

 Agli automobilisti, centauri e autisti della Trieste Trasporti, costretti a condividere con difficoltà, tutti assieme, una già solitamente complicata via Valdirivo e a impegnare, in misura ancora maggiore, il già trafficatissimo Corso Italia.

 Ai tassisti, costretti a giri lunghi e viziosi, con conseguenti aumento del prezzo della corsa e lamentele dei clienti.

 Ai negozianti, che con la soppressione delle fermate e della percorrenza tradizionale dei bus, perderanno il beneficio del passaggio di persone da queste indotto.

 Ai cittadini con ridotta capacità motoria i quali, scaricati su fermate e vie indesiderate, dovranno sobbarcarsi passeggiate obbligatorie per raggiungere le zone più centrali di Trieste.

 Ai pedoni che dovranno farsi largo sui marciapiedi - già striminziti - occupati da coloro che dovranno attendere il bus a una delle nuove, estemporanee fermate.

 A Triestini e turisti costretti a subire la "sperimentazione" di una larga parte del centro storico tagliata fuori dal trasporto pubblico.

E ancora a chi si troverà bloccato in qualche evitabilissimo ingorgo, a chi abita lungo vie dove il maggior traffico e la minore velocità faranno corrispondere inevitabilmente un maggior inquinamento, a tutte le categorie che per tale decisione subiranno danni e penalizzazioni.

E, infine, solidarietà a tutti i Triestini: il loro, il nostro denaro pubblico avrebbe potuto avere un'infinità di più proficui utilizzi.


La giunta Cosolini promuove così la propria scelta di rivoluzionare la viabilità del centro.

giovedì 3 luglio 2014

TRIESTE, PORTO VECCHIO: SE OTTO CONCESSIONI VI SEMBRAN POCHE...


Abbiamo una certificazione: dopo il ritiro della cordata Portocittà, nessuno ha proposto di acquisire l’intera area del Porto Vecchio di Trieste. Con buona pace dei denigratori del cosiddetto “spezzatino”, come giornalisticamente è stata definita la suddivisione in 22 lotti dell’antico scalo giuliano. 

Se l’Autorità Portuale avesse infatti seguito le indicazioni di Regione, Comune, Provincia, politici ed “esperti” vari – tutti casualmente targati PD -, costruendo un bando secondo il principio “o ti prendi l’intera area oppure niente”, oggi il risultato sarebbe: "niente". Invece siamo a 8. Che, se la matematica non ha anch’essa renzianamente cambiato verso, risulta essere ancora un numero superiore allo zero.

In termine di superficie, quindi, oltre la metà del Porto Vecchio potrebbe venire recuperata e riutilizzata da soggetti che hanno concretamente manifestato l’interesse a farlo. In anni di crisi economica pesantissima, constatare che c’è qualcuno disposto a investire cifre ingenti su un’area per gran parte abbandonata da decenni, dovrebbe far stappare alla città una bottiglia di spumante.

Invece assistiamo al solito teatrino politico dove non importa nulla del risultato: prioritario è crocifiggere chi l’ha ottenuto, usando la banale metafora del bicchiere. “È mezzo vuoto!” si indignano gli inerti spettatori democratici. Nel puerile tentativo di occultare una verità evidente a chiunque: quel bicchiere, desolatamente asciutto da tempo, oggi intravede la possibilità di venire riempito. Per metà. Che è molto, molto più del loro niente.

venerdì 6 giugno 2014

TRIESTE, CASE ATER: VIA LE TASSE, COSÌ ASSEGNAMO 100 NUOVI ALLOGGI SOCIALI E DIAMO LAVORO ALL'EDILIZIA.

Alloggi popolari a Trieste.
La proposta: esentare dal pagamento di IMU e TASI gli alloggi sociali gestiti da ATER e altri enti con le stesse finalità. Impiegare le risorse così disponibili per ristrutturare case fatiscenti. Assegnare ulteriori alloggi alle famiglie triestine meno abbienti.

Questo il succo dell'indirizzo politico contenuto nella mozione - il testo integrale lo trovate qui sotto - per alleviare la pesante carenza di alloggi popolari, a fronte di una domanda purtroppo crescente.

Inoltre, l'assegnazione di nuovi lavori di ristrutturazione per (stimati) 2 milioni di euro, rappresenta una piccola ma significativa boccata d'ossigeno per il comparto dell'edilizia locale in forte crisi. A favore soprattutto delle aziende artigiane di Trieste.

L'iniziativa è stata presentata oggi da Paolo Rovis, capogruppo in Consiglio comunale, Francesco Bettio, presidente Settima Circoscrizione, Lucrezia Chermaz, capogruppo Terza Circoscrizione, Christian Puntaferro, consigliere Quinta Circoscrizione e Barbara Odorico Zuccato, capogruppo Sesta Circoscrizione. Tutti aderenti al Nuovo Centro Destra nei gruppi consiliari del PDL.

La proposta verrà discussa già giovedì prossimo dal Consiglio comunale. Vedremo in quella sede se, dopo tante unanimi parole di comprensione per la crisi sociale ed economica TRIESTINA, si manifesterà la volontà di adottare misure come questa: non certo definitivamente risolutiva, ma concreta.



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MOZIONE CONSILIARE URGENTE


Esenzione IMU e TASI per alloggi ATER, ovvero per gli alloggi regolarmente assegnati dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati, aventi le stesse finalità degli ATER, del Comune di Trieste.


Il Consiglio comunale di Trieste,

premette che gli alloggi di edilizia popolare sono gestiti da aziende con finalità pubblica, senza scopo di lucro, le quali rivestono un ruolo essenziale nel settore del welfare, cercando di soddisfare l’esigenza crescente di nuove abitazioni da destinare alle fasce meno abbienti della popolazione e perciò operando indispensabili interventi di ristrutturazione e manutenzione degli immobili gestiti;

rileva che le risorse a disposizione di tali aziende risentono negativamente di un’elevata tassazione che grava per circa il 30% sulle entrate da affitti e che l’importo complessivo degli oneri fiscali a carico delle ATER del Friuli Venezia Giulia ammonta a oltre 16 milioni di euro;

rileva altresì che l’importo IMU pagato dall’ATER triestina nel 2013 è stato di circa 1,7 milioni di euro, la metà – a seguito di interventi legislativi del Governo – di quanto corrisposto nel 2012 e prende atto che tale risparmio fiscale ha consentito di attuare un programma di ristrutturazione di alloggi fatiscenti del valore di 2 milioni di euro, consentendo così l’assegnazione di ulteriori 70 unità abitative;

ritiene che, allo scopo di lasciare disponibili quante più risorse possibili per le finalità sociali delle aziende gestrici gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, sia opportuno azzerare le imposte IMU e TASI sugli alloggi medesimi, recependo integralmente – per quanto attiene all’IMU – le disposizioni di cui alla L. 47/2013, art. 1, comma 707-3b, riferite agli “alloggi sociali”;

ha accertato che la misura di azzeramento, anche in riferimento alla TASI, è consentita dalla normativa vigente ed è stata già applicata in altri Comuni della Regione Friuli Venezia Giulia e pertanto

il Consiglio comunale di Trieste impegna il Sindaco e la Giunta

a disporre, in fase di redazione del Regolamento IUC (IMU, TARI, TASI), di determinazione delle relative aliquote, del Bilancio 2014 e in tutti gli eventuali altri atti pertinenti:

l’esenzione IMU e TASI per gli alloggi ATER, ovvero per gli alloggi regolarmente assegnati dagli enti di edilizia residenziale pubblica, comunque denominati e aventi le stesse finalità degli ATER, ovvero l’applicazione per gli stessi dell’aliquota dello zero per mille, ovvero soluzioni equivalenti.

Paolo Rovis 
Capogruppo PDL
Nuovo Centro Destra 
Comune di Trieste

Trieste, 5 giugno 2014 

giovedì 5 giugno 2014

GUERRA AI VANDALI: CHI ROMPE, PAGHI. CHÉ GLI EURO SONO I NOSTRI.

La statua di Italo Svevo in piazza Hortis a Trieste, 
deturpata dai vandali qualche tempo fa.

Danni che ci costano oltre 1 milione di euro l'anno. Di soldi nostri. Gli atti vandalici - dai graffiti ai danneggiamenti veri e propri - sono una piaga in ogni città. Trieste non fa eccezione, ma non per questo dobbiamo tollerare (e pagare) in silenzio.

Ho chiesto maggiori controlli, con pattuglie in borghese e sanzioni pesanti. In grado di ripagare il ripristino dei beni vandalizzati. Perché chi rompe e imbratta non lo fa per caso o incidentalmente, ma con dolo e idiozia. È quindi giusto che paghi costui, non tutti noi.

Qui sotto, il testo della mozione che verrà discussa in Consiglio comunale.

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Modifica al “Regolamento per la Gestione dei Rifiuti Urbani e la Pulizia del Territorio del Comune di Trieste” (D.C. n. 71 dd. 23.11.2010). 
Nuove sanzioni a carico dei responsabili di atti vandalici. 

Il Consiglio comunale di Trieste, 

rileva che il fenomeno degli imbrattamenti e danneggiamenti di beni pubblici e privati, attraverso scritte con vernici spray e altre tecniche, persiste e non appare diminuire; 

considera particolarmente odioso il fatto che ad essere oggetto di atti vandalici siano anche i giochi per bambini installati in parchi e giardini aperti al pubblico; 

ha appurato che il costo a carico della collettività per ripristinare beni, suppellettili, elementi di arredo urbano danneggiati o deturpati supera il milione di euro l’anno; 

prende atto che l’art. 635 del C.P. prevede misure anche detentive nei confronti dei responsabili di atti vandalici, ma rileva che la classificazione fra i reati penali non sembra sortire effetti deterrenti e, comunque, non risarcisce efficacemente la Pubblica Amministrazione, ovvero i cittadini tutti, dei danni subiti; 

rileva che, a seguito della decadenza per sentenza di precedenti ordinanze sindacali nelle quali venivano previste pesanti sanzioni pecuniarie a carico dei responsabili di atti vandalici, non sono attualmente in vigore strumenti regolamentari comunali appropriati a sanzionare il fenomeno; 

ritiene quindi di implementare il “Regolamento per la Gestione dei Rifiuti Urbani e la Pulizia del Territorio del Comune di Trieste”, approvato con D.C. 71 dd. 23.11.2010, con uno specifico articolo che evidenzi il divieto di imbrattamento e danneggiamento di ogni bene pubblico, prevedendo una contestuale, appropriata sanzione per i trasgressori, e pertanto 

il Consiglio comunale di Trieste impegna il Sindaco e la Giunta 

a predisporre e sottoporre all’approvazione del Consiglio comunale, una modifica al “Regolamento per la Gestione dei Rifiuti Urbani e la Pulizia del Territorio del Comune di Trieste” secondo i criteri citati in premessa, prevedendo per i trasgressori, responsabili di atti vandalici, una sanzione minima di euro 3.000,00, massima di euro 18.000,00 e un pagamento in misura ridotta pari a euro 6.000,00

Paolo Rovis 
Capogruppo PDL
Nuovo Centro Destra 
Comune di Trieste

lunedì 26 maggio 2014

EUROPEE, ROVIS (NCD TRIESTE): SIAMO QUARTA FORZA POLITICA, ORA IL CANTIERE PER UNA NUOVA "CASA DELLE LIBERTÀ".

Paolo Rovis, coordinatore provinciale NCD Trieste.

"All'esordio elettorale, il Nuovo Centro Destra locale sfiora l'8% ed è la quarta forza politica del territorio: merito di una candidatura forte, quella di Roberto Dipiazza, e di un grande lavoro svolto in appena 180 giorni dai nostri rappresentanti negli Enti Locali e dagli iscritti ai Circoli NCD in tutta la provincia." 

Sintetizza così Paolo Rovis, coordinatore provinciale triestino del Nuovo Centro Destra, l'esito locale delle consultazioni Europee.

"L'avevamo annunciato sei mesi fa, quando costituimmo il Nuovo Centro Destra a Trieste: dicemmo che saremmo stati la vitamina che farà rinvigorire il centrodestra triestino. E così è stato. Grazie a noi "- aggiunge Rovis -" altri partiti di "area" si sono impegnati a fondo in una campagna per le Europee solitamente stantia, schierando candidature locali vere. A dimostrazione che la sana concorrenza fa bene a tutti."

Ma nel Nuovo Centro Destra triestino si guarda già avanti. "Chiudiamo un campionato in cui, per regola, ognuno compete per conto suo e pensiamo già alle prossime sfide, dove si gioca a squadre. Se guardiamo nell'area del centrodestra, possiamo contare fin d'ora su un consenso complessivo che supera il 30%. È nostro preciso dovere costruire le condizioni affinché questo potenziale cresca e formi un'unica massa critica elettoralmente competitiva. Lo dobbiamo ai nostri elettori e ai cittadini che, al di là del fenomeno Renzi, non condividono le politiche locali della sinistra."

Il modello cui ispirarsi è, secondo il Nuovo Centro Destra triestino, "quello già sperimentato con successo della Casa della Libertà, una coalizione plurale ma unita, che in passato ha conseguito risultati paragonabili a quelli odierni di Renzi". Implementando il metodo delle primarie di coalizione, obiettivo caratteristico del NCD (inserito persino nello Statuto) e offrendo ai cittadini un programma chiaro e condiviso.

"Noi indossiamo già la tuta da lavoro per costruire." - ha concluso Rovis - "Non ci servono estemporanei o riciclati capicantiere ma operai come noi, disposti a lavorare in prima persona per un centrodestra di nuovo credibile, competitivo, in grado di dare risposte vere e concrete ai cittadini".

martedì 8 aprile 2014

TRIESTE, TAVOLI E SEDIE DEI BAR: ECCO TUTTI I NUOVI ASSURDI DIVIETI.

Trieste, tavolini all'aperto in piazza Unità d'Italia.
La necessità di un regolamento “Dehors” nacque una decina d’anni fa. Si trattava di dare risposta a una legittima richiesta di molti baristi e ristoratori: poter installare coperture sugli spazi antistanti i propri locali, così da poter fruire di un maggior numero di posti a sedere non solo nei mesi estivi, ma anche d'inverno. Avrebbe significato più lavoro e, quindi, più occupati – soprattutto giovani - nel settore.

Si susseguirono varie bozze di un regolamento non semplice da produrre. Si dovevano conciliare, infatti, le esigenze pratiche dei gestori con quelle di tutela dell’ambiente e del paesaggio, scongiurando il rischio di trasformare le vie del centro storico in una baraccopoli. Finì che non se ne fece nulla, fondamentalmente a causa della diversità di vedute tra il Comune e la Soprintendenza.

Il Regolamento approvato ieri non ha nulla a che fare con i “Dehors” come intesi e sollecitati all’epoca. Si limita a imporre norme sugli arredi già impiegati dai pubblici esercizi per far accomodare all’aperto i propri clienti: tavoli, sedie, ombrelloni. Vediamo come.

I divieti assurdi. Innanzitutto c’è il colore. Al bando qualsiasi arredo di colore diverso dal grigio scuro. Le tinte chiare, pur eleganti e diffuse, vanno rottamate. 
Proibito delimitare i propri spazi esterni con pannellature, ancorché trasparenti. La soluzione sarebbe stata per nulla invasiva e particolarmente utile per gli avventori nella città della Bora. Ma non si può. 
Divieto totale anche per le pedane: non possono venire posizionate nemmeno in presenza di pavimentazioni sconnesse o in pendenza. Con buona pace dei disabili che potranno trovarsi in difficoltà e del cliente che potrebbe ribaltarsi dalla sedia se la gamba di questa dovesse infilarsi, ad esempio, tra le fughe dei masegni.
Abbiamo scoperto anche che i fiori deturpano le bellezze architettoniche di Trieste. Infatti non sono ammesse fioriere, di alcun tipo. 
Pure le piccole comodità vengono abolite: i divanetti vadano al rogo, una rigida sedia basta e avanza per il dissoluto avventore del bar.

I danni economici. Chi ha investito, magari poco tempo fa, migliaia di euro per i propri arredi esterni, dovrà rifare la spesa se questi non corrispondono ai bulgari dettami del Regolamento. Ammesso che abbia i soldi per farlo, fatto tutt’altro che scontato in periodo di grave crisi economica. I costi ricadranno inevitabilmente sul cliente, Triestino o turista che sia. Deprimendo ulteriormente il settore. 
Oppure il gestore si farà due conti e giungerà alla conclusione che la somma della tassa per l’occupazione del suolo pubblico e del costo degli arredi da sostituire sia finanziariamente insostenibile. Rinuncerà così allo spazio esterno: minor servizio, minori sbocchi occupazionali, meno introiti per il Comune.

La “tassa”: 1 milione di euro in più. I 430 gestori triestini che vogliano mantenere l’attività sullo spazio esterno al locale dovranno presentare un progetto. In tutti i casi. Anche se l’arredo si risolve in due tavoli, otto sedie e un ombrellone, anche se le suppellettili sono esattamente quelle che il Regolamento prevede e assente. Il progetto dovrà venire redatto e vidimato da un professionista abilitato. Costo medio oltre 2mila euro. Che moltiplicati per 430 attività di pubblico esercizio e aggiunto qualche extra, fanno circa 1 milione di euro da sganciare. Immotivatamente. E in aggiunta alla spesa per gli arredi e alla tassa per l’occupazione del pubblico selciato.

Poca chiarezza. Si aggiunga che non c’è chiarezza sui tempi entro i quali adeguarsi alle vessatorie disposizioni e nessuna certezza che i progetti presentati trovino parere favorevole dalla Soprintendenza.

Che bisogno c’era di accanirsi in questo modo su una categoria di piccoli imprenditori che già fa fatica, come tutti, a lavorare e pagare pesanti, quotidiani balzelli?

Si comprenderebbe il “giro di vite” se Trieste fosse ridotta a un patchwork di materiali e tessuti indecorosi. Ma gli arredi esterni dei locali sono quasi sempre eleganti, sobri, adatti ai luoghi. Merito del buon gusto medio dei gestori che sanno bene, peraltro, come un’offerta esteticamente gradevole e strutturalmente accogliente favorisca lavoro e ricavi.

La Giunta comunale dichiara che è stata costretta ad accettare i diktat della Soprintendenza. Lo stesso affermano i Consiglieri del centrosinistra che però, pur riconoscendo l’assurdità di certe prescrizioni, hanno votato favorevolmente al Regolamento.

Io ho proposto modifiche per sanare quelle parti che contrastano anche solo con il semplice buon senso (le trovate nelle immagini qui sotto). Nulla da fare. Come a nulla è purtroppo valso il mio voto negativo, unitamente a quello di altri, pochi, colleghi: il Regolamento entra in vigore così com’è.

Ha vinto la peggiore burocrazia, ha perso la buona politica espressa direttamente dai cittadini. E, con essa, ne esce sconfitta una città che ha sempre rispettato e valorizzato la propria bellezza e una categoria di piccoli imprenditori che si vede aggiungere un’altra vessazione, economica e burocratica, del tutto incomprensibile.

Consentire poltroncine e divanetti: niente da fare.

Consentire pedane, pannelli trasparenti e fioriere: niente da fare.

Procrastinare entrata in vigore per dar tempo ai gestori di adeguarsi: niente da fare.

Evitare spesa e presentazione progetto se arredi conformi a regolamento: niente da fare.

martedì 25 febbraio 2014

LE RAGIONI (AMMINISTRATIVE) PER DIRE NO ALLE "DAT" GESTITE DAI COMUNI.

Comune di Trieste, sala del Consiglio.
Che cosa devono fare i Comuni? Amministrare. Che significa una serie di attività e funzioni, attribuite da leggi. Nulla di meno, nulla di più. Un Comune deve asfaltare i marciapiedi, tenere pulita la città e non può occuparsi di ospedali, ad esempio. Deve garantire l'assistenza sociale, assegnare licenze, fare il piano regolatore. Ma non può emanare leggi: le deve semplicemente osservare e applicare.

Alla giunta Cosolini (PD) che amministra il Comune di Trieste non sembrano bastare, invece, i già impegnativi compiti che la legge le attribuisce. Va oltre, deliberando sulle "Dichiarazioni Anticipate di Trattamento". Un tema sensibile e controverso sul quale, finora, il Parlamento non ha ritenuto di legiferare.

L'assenza di normativa specifica, di esclusiva competenza dello Stato, non consente ovviamente ad altri, tantomeno a semplici organi amministrativi, di sostituirsi al legislatore e fare un po' come gli pare.

L'ha ricordato a tutti una nota del 2010, redatta da ben tre Ministeri: Lavoro e Politiche Sociali, Salute, Interno. Ne riporto qui integralmente il testo, evidenziando il fatto che "si potrebbe ipotizzare, nel caso in cui si intenda dar comunque corso ad iniziative del genere, un uso distorto di risorse umane e finanziarie, con eventuali possibili responsabilità di chi se ne sia fatto promotore."

Tanto basta affinché un pubblico amministratore, eletto dai cittadini per contribuire a gestire servizi e denari della collettività, si opponga a una delibera che contrasta con i principi di buona, attenta e utile amministrazione.

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Oggetto: Registri per la raccolta delle dichiarazioni anticipate di trattamento.

Sono pervenute a questi Ministeri alcune richieste di parere, formulate dai Comuni, relativamente alla possibilità che gli stessi possano istituire appositi registri destinati alla raccolta delle dichiarazioni anticipate di volontà, per i trattamenti medici che ciascun cittadino intenda ricevere o rifiutare nelle situazioni in cui perda la capacità di esprimere una propria volontà.

In linea generale, occorre considerare che la materia del “fine vita” rientra nell’esclusiva competenza del legislatore nazionale e non risulta da questi regolata. L’intervento del Comune in questi ambiti appare pertanto esorbitante rispetto alle competenze proprie dell’ente locale e si traduce in provvedimenti privi di effetti giuridici.

I registri istituiti presso pubbliche amministrazioni rispondono alla preminente finalità di attribuire certezza giuridica a specifiche situazioni (provenienza e data di deposito di un determinato documento, dati identificativi di una persona, ecc.).

Il compito di disciplinare la materia delle certezze giuridiche, implicando rilevanti effetti che possono anche condizionare l’esercizio di diritti fondamentali, è sempre stato riservato allo Stato, al quale spetta di stabilire quali siano gli effetti probatori degli atti conservati da pubblici ufficiali (si vedano, ad esempio, gli articoli da 449 a 455 del codice civile per quanto riguarda gli atti di stato civile).

Tale attribuzione è stata confermata dall’articolo 117 della Costituzione, il quale assegna alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in via generale l’ordinamento civile e specificatamente le materie,tra l’altro, di stato civile e anagrafi.

In questo settore il Comune, secondo quanto previsto dall’articolo 14 del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267 gestisce, per conto dello Stato e tramite il Sindaco, nella sua qualità di ufficiale di governo, solo i servizi elettorali, di stato civile e di anagrafe. Viene poi precisato dall’ultimo comma di detto articolo che “ulteriori funzioni amministrative per servizi di competenza statale possono essere affidate ai comuni dalla legge che regola anche i relativi rapporti finanziari, assicurando le risorse necessarie”.

Come sopra già evidenziato nessuna norma di legge abilita il Comune a gestire il servizio relativo alle dichiarazioni anticipate di trattamento.

In tali materie una legge dello Stato è poi particolarmente necessaria perché vengono implicate anche altre materie come la tutela della salute, della famiglia e della privacy, nell’ambito delle quali il Comune non può certamente agire in assenza di una disciplina statale che ponga principi e definisca la competenze di vari soggetti pubblici coinvolti.

Inoltre, lo stesso articolo 117 della Costituzione, al comma secondo, lett. p), riconosce la legislazione esclusiva dello Stato in materia di legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane. In questa prospettiva risulta evidente che le funzioni amministrative attinenti alle dichiarazioni anticipate di volontà, che investono la sfera personale dell’individuo, sono materie riservate alla competenza del legislatore nazionale.

Pertanto, alla luce delle predette considerazioni, non si rinvengono elementi idonei a ritenere legittime le iniziative volte alla introduzione dei registri per le dichiarazioni anticipate di trattamento. In tale quadro si potrebbe, anzi, ipotizzare, nel caso in cui si intenda dar comunque corso ad iniziative del genere, un uso distorto di risorse umane e finanziarie, con eventuali possibili responsabilità di chi se ne sia fatto promotore.

Roma, 19 novembre 2010

lunedì 24 febbraio 2014

TRIESTE, SERRACCHIANI BLOCCA IL PIANO REGOLATORE DEL PORTO.

Debora Serracchiani (PD), governatore del Friuli Venezia Giulia.
Trieste, Piano Regolatore del Porto bloccato dalla Regione.
SERRACCHIANI CONTRO COSOLINI, BASSA POROPAT, NESLADEK.
E CONTRO IL NOSTRO PORTO.
La Via/Vas contestata dalla Regione ottenne consenso unanime degli Enti locali appena tre mesi fa.

Sconcerta la bocciatura da parte della Regione al PRP del Porto di Trieste. 
Per tre ordini di motivi.

Il primo attiene al blocco imposto alle attività di sviluppo del nostro Scalo portuale, impossibili da portare avanti senza un Piano approvato. Chi si chiede "chi è che blocca il Porto di Trieste" ora ha una risposta netta e lampante. 
Peraltro, uno stop che contrasta con gli inviti a "fare presto" reiterati dalla stessa Regione in Comitato Portuale e che assume perciò contingenti connotati politici. Argomentazioni tecniche sono infatti competenza del Ministero, non della Regione.

Il secondo aspetto riguarda il "NO" al rigassificatore di Zaule. Unanimemente espresso da tutti gli Enti territoriali, dall'AP retta da Monassi e dalla Regione all'epoca della giunta Tondo. Il contestato impianto potrebbe infatti tornare in pista per mano di Serracchiani, attraverso le ridiscussione da questa imposta al documento pianificatorio del Porto.

Il terzo motivo è forse il più eclatante. Lo Studio di impatto ambientale e la Via/Vas sono stati APPROVATI all'unanimità dai Comuni di Trieste e Muggia e dalla Provincia di Trieste solo tre mesi fa. Compattamente favorevoli tutte le forze politiche e personalmente Cosolini, Bassa Poropat, Nesladek.
Serracchiani si pone perciò in collisione diretta con tutti gli Enti elettivi locali e smentisce seccamente i suoi stessi compagni di partito che ricoprono ruoli istituzionali.

A subire le nefaste conseguenze dell'inaudito atteggiamento della Regione retta dal centrosinistra saranno gli interessi di Trieste, del suo Porto e degli operatori che vi lavorano.

C'è chi inopinatamente chiese le dimissioni di Monassi, "rea" di aver svolto con scrupolo il proprio dovere nell'interesse della collettività. 
Vi sarà ora medesima richiesta da parte di Cosolini, Bassa Poropat, Nesladek nei confronti di Serracchiani che fa coriandoli degli atti da loro stessi approvati e riporta il PRP nella stagnante palude da cui, con grande responsabilità, tutta la politica locale l'aveva fatto uscire?